L’ineluttabilità della scissione

Un focus sulla situazione interna al Movimento 5 Stelle e un’analisi sugli scenari del futuro.

Per compiere un’analisi rispetto allo scenario che attende il M5S e un futuro ipotetico ancoraggio al centrosinistra, in termini strutturali, non possiamo ignorare la figura e il ruolo di Giuseppe Conte. Indubbiamente il Presidente del Consiglio è stato il mastice dell’alleanza di governo, talmente efficace da sopperire alla mancanza di visione e alla difficoltà di conciliare le posizione dei maggiorenti. Così efficace da poter rappresentare a tutt’oggi un probabile candidato di questa alleanza alle prossime elezioni politiche, che rappresenta l’unica formula per poter tornare al governo per pentastellati e democratici. Per essere più chiari, Conte ad oggi rappresenta l’unico profilo in grado di unire quei due mondi, a meno che qualcosa non cambi. Mentre nel PD questa consapevolezza si sta facendo strada, anche a costo di uno svuotamento elettorale operato dalla lista o dal partito Con-te, all’interno del Movimento le asperità sono più insidiose, anche considerando il rinvio del momento congressuale, inizialmente previsto per aprile. Un pezzo considerevole della classe dirigente non ha mai fatto mistero di non gradire l’ipotesi di un’alleanza organica, mentre un altro gruppetto di fuoriusciti, con alla testa Paragone, lavora alla costruzione di un nuovo soggetto politico, antisistema ed euro-scettico. Ad onor del vero il ritorno in scena di Grillo per favorire la nascita del governo giallo-rosso, squarciando il tatticismo e le incertezze di Di Maio, lasciava presagire un dualismo tra il Fondatore del Movimento e l’ex capo politico. Nel frattempo il vuoto di leadership è stato colmato dall’iniziativa incalzante del Presidente del Consiglio, verso cui Di Maio ha cominciato a nutrire una certa insofferenza. Insomma c’erano tutti gli ingredienti affinchè il Ministro degli Esteri potesse lanciare un’opa su quella parte di Movimento mai del tutto convinto del sodalizio con il Partito Democratico ma la contraddizione di dover ricoprire un ruolo di primaria importanza nell’esecutivo ha probabilmente imbrigliato la sua iniziativa. Così negli ultimi giorni la scena se l’è presa Di Battista, destabilizzando partito e governo e chiedendo a gran voce discontinuità nella leadership e nella azione dell’esecutivo. I più maligni dicono che alla base di questa uscita ci sia un asse molto solido con Paragone, che sta già preparando il campo fuori dal Movimento. L’ex deputato romano ha attirato gli strali di Beppe Grillo che sta rassicurando il Presidente del Consiglio sulla tenuta del governo e la proroga dell’elezione del nuovo capo politico. A fare quadrato intorno a Conte e Grillo ci sono il reggente Vito Crimi, il Presidente della Camera Raffaele Fico, i Ministri Spadafora e Bonafede, la ViceMinistra all’economia Castelli. Tutti i fedelissimi di Di Maio che oltre a prendere tempo in vista del Congresso, promuovendo una guida collegiale, si trova all’angolo, oscurato dal Premier e sguarnito dell’iniziativa politica all’interno del Movimento.

Dall’altro lato Davide Casaleggio, Di Battista, Barbara Lezzi, Max Bugani e Giulia Grillo che spingono per l’elezione immediata di un nuovo leader. In queste ore pare che sia stato offerto un posto all’ex deputato romano nel nuovo Direttorio, come estremo tentativo di far scoppiare la pace ed evitare la resa dei conti. Il grande non detto è che un confronto congressuale in questo momento potrebbe sancire una drammatica separazione. Ci è chiaro infatti come dietro lo scontro sul metodo si celino profonde divisioni rimaste in sospeso per lungo tempo. Cause da indagare nel difficile e mai compiuto percorso di costruzione dell’identità politica di quel soggetto, strattonato a destra e sinistra sin dall’inizio della Legislatura quando, è bene ricordare, la stragrande maggioranza degli attivisti preferiva l’accordo con la Lega rispetto al Pd.

La fase dialettica che si apre all’interno del M5S è senz’altro una buona notizia per la qualità della democrazia italiana che oltre ad arricchirsi di nuovi punti di vista, potrà contare in futuro su forze politiche dal perimetro e dal contenuto più definito.

E’ difficile prevedere gli inediti scenari che si apriranno. Di certo ci pare inverosimile immaginare una forzata convivenza tra chi aspira alla formazione di un asse stabile con il Pd, come abbiamo visto e vedremo in alcune tornate elettorali regionali, magari sfruttando l’effetto Conte (sul cui impegno elettorale permangono delle riserve) e chi invece immagina la costruzione di una forza autonoma, dalla carica fortemente anti-europea che non abbandoni i tratti movimentisti.

Sebbene il futuro del Movimento 5 Stelle potrà ammantarsi di una ventatura tecno-populista, totalmente istituzionalizzato, sulla scia dell’esperienza di governo Contiano, difficilmente immaginiamo il Presidente del Consiglio alla guida di quella forza. Un’opzione, questa, che gli è stata recentemente prospettata anche da Grillo e gentilmente declinata. Conte potrà mettere tutt’al più “il cappello” su una lista civica nazionale (più che un partito) per fare da trait d’union tra Pd e il nuovo Movimento 5 Stelle, mantenendo quel tratto d’indipendenza che lo ha reso forte, libero e non molto “accountable” in quest’ultimo anno.

Nella serata di ieri il reggente Vito Crimi, cercando a fatica di mediare tra le diverse anime, ha annunciato il rinvio del Congresso (pare che si chiameranno Stati Generali, per rimanere nell’attualità) a dopo le elezioni regionali. Nel frattempo definisce Alessandro Di Battista “una preziosa risorsa” per il Movimento, confermando l’esito positivo della mediazione, ma condannandolo di fatto a una prossima marginalizzazione. Di certo l’operazione di tamponare l’emorragia è temporaneamente riuscita, ma la frattura è tutt’altro che sanata. Anzi possiamo dire che lo scontro finale è solo rimandato

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