Innovazione e occupazione: gli ingredienti per il rilancio del Paese

Innovazione tecnologica, digitalizzazione e formazione continua. Sono queste alcune delle parole che spesso sentiamo pronunciare dalle Istituzioni e che ultimamente riempiono le pagine di quotidiani. Lo abbiamo scritto in un nostro precedente approfondimento: l’emergenza Coronavirus ha accelerato la trasformazione del lavoro, o per meglio dire, ha incoraggiato un profondo cambiamento nelle modalità di organizzazione del lavoro, abbattendo – speriamo definitivamente – le barriere del pregiudizio sul lavoro agile. In poche settimane siamo riusciti a fare un notevole passo in avanti verso la modernizzazione del Paese. Un salto che ora dovrà essere accompagnato da un concreto sostegno all’occupazione.  

Leggiamo che il governo studia una riforma degli ammortizzatori sociali che affronti la inevitabile rivoluzione del mercato del lavoro post-Covid19. Accanto al tema della flessibilità, la parola d’ordine è politiche attive del lavoro, come strumento migliore per combattere la disoccupazione nel lungo periodo e tutelare i soggetti più deboli in cerca di occupazione. 

Siamo fra i Paesi in Europa che vi investono meno, a danno dei lavoratori, che acquisiscono meno competenze, e delle imprese, che in questo modo non possono competere su scala globale. La formazione professionale in Italia è la metà della media Ocse. Il DESI 2020 ha lanciato l’allarme. In fatto di digitalizzazione, infatti, l’Italia si conferma tra i fanalini di coda dell’Europa, al venticinquesimo posto in Europa collocandosi in una posizione migliore solo di Romania, Grecia e Bulgaria. Ultimi per competenze digitali. 

In questo contesto, le imprese di ogni settore sono chiamate a compiere un salto tecnologico e ad adottare una nuova organizzazione del lavoro e delle risorse per assicurare la continuità del proprio business. Parliamo di competenze digitali, sempre più richieste, sia hard skills sia soft skills, e di smart working, che dovrà diventare una dimensione strutturale del lavoro, non un’alternativa al lavoro in ufficio.

L’unica certezza su cui possiamo basarci è che non sono più sufficienti misure di retroguardia o di stabilizzazione, ma servono scelte coraggiose che innovino e rivoluzionino l’approccio recente nei confronti del mercato del lavoro. Non basterà riportare in auge contratti a tempo o limitarsi all’offerta di strumenti passivi. Politiche attive, incentivi all’iniziativa imprenditoriale, potenziamento di abilità e attitudini professionale, in un contesto che prediligerà sempre più la specializzazione e l’impatto produttivo. 

Per uscire dalla crisi servono, dunque, strategie a lungo termine che vadano oltre gli strumenti disposti per tamponare l’emergenza. Serve un intervento coraggioso da parte del Governo, non solo in termini di investimenti produttivi, ma anche e soprattutto un’apertura a un modello di governance basato sul dialogo continuo con tutti gli attori dell’ecosistema, per costruire un Paese che torni ad essere la locomotiva d’Europa.

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