Quel Maledetto Venerdì

di Andrea Mazzoni – Public Affairs Manager Solving BFM

Sin dall’inizio di questa crisi, come abbiamo più volte raccontato, siamo rimasti stupiti dalle capacità, dalla leadership e dalla pacatezza, pur in un momento drammatico, di Giuseppe Conte. Quello che fino a poco tempo prima pareva un Presidente mite per i magnanimi, inadeguato per i più critici, si è rivelato un politico di spessore, carismatico, in grado di guidare il paese in una fase di profonda emergenza. Il suo indice di gradimento è schizzato alle stelle, con la complicità del clima di pacificazione che aveva intelligentemente instaurato, beneficiando dello spirito di unità nazionale predominante, grazie anche a un’opposizione disorientata, ondivaga nelle sue posizioni. Lo stile del Presidente Conte, sempre sobrio, istituzionale, ma deciso ha sempre avuto una sua coerenza e questo lo ha fatto entrare nelle case degli italiani che parevano tributargli fiducia, rispetto, popolarità.

C’è un preciso istante in cui le cose hanno cominciato a ruotare in direzione opposta, una strana quanto inattesa inversione dei moti. Venerdì scorso, 7 giorni orsono, il governo italiano, reduce da una tesa campagna europea, aveva appena riportato a casa un accordo tutt’altro che sodisfacente, a dispetto di quanto raccontato da alcuni membri del nostro governo, in cui le posizione si erano nel frattempo divaricate, mentre in Parlamento una fronda di pentastellati firmava una dichiarazione di ferma opposizione al Mes. Nonostante Conte avesse lavorato a un’ampia coalizione di Stati membri (mai così numerosa) che spingeva, a dispetto delle posizioni tedesche, per l’emissione dei famigerati Coronabond, questa posizione si è rivelata debole, come succede sempre nei negoziati europei ai paesi non allineati rispetto a Berlino e alla tecnocrazia continentale. C’è ampia letteratura a riguardo, ma qui non c’è lo spazio e il modo per sviscerarla. Ci limitiamo a constatare che l’assenza di alternative e di ipotesi credibili, come sono strumenti di debito pubblico comune che farebbero venir meno la leva mediante la quale alcuni paesi all’interno della stessa unione monetaria depredano e fanno dumping fiscale e salariale su altri paesi, indeboliscano fatalmente qualsiasi posizione critica. L’Italia, anche a causa del dilagare dei contagi e delle relative conseguenze economiche, si era posta alla guida di questa coalizione di Stati, ritrovando un’iniziativa politica sul piano europeo che mancava da tempo. Proprio per questo le ricadute sono state maggiori sul nostro esecutivo che probabilmente aveva scommesso un capitale politico troppo cospicuo, chiudendo all’ipotesi del Mes, alle cui risorse in ogni caso non avrebbe attinto. Ciò ha contemporaneamente rinvigorito le opposizioni e reso i rapporti nel governo molto tesi, fra chi forse esageratamente subalterno alla tecnocrazia europea e coloro che hanno intravisto un pertugio per un po’ di propaganda antieuropea, sempre utile ai fini del consenso. Il governo italiano in un vicolo cieco: da questa consapevolezza possiamo tornare alla discussa conferenza stampa del Presidente del Consiglio, su cui a distanza di una settimana ancora si dibatte.

Non credo sia utile tornare sulla pulizia istituzionale dell’intervento che consente a Conte di attaccare le opposizioni a rete unificate. Su questo aspetto è stato detto e scritto e ai fine di questa analisi non ci interessa. A distanza di una settimana, l’esacerbarsi dei toni, le tensioni interne al governo, l’ombra di Draghi sul Presidente del Consiglio, le numerose veline di parlamentari e ministri che serpeggiano sulla carta stampata, tutto ci appare più chiaro, visto dalla giusta prospettiva. Quell’attacco, duro, scomposto, non è stata che un’arma di distrazione di massa, utilizzando le inconcludenti polemiche dell’opposizione, per deviare dall’insuccesso europeo e compattare la traballante maggioranza di governo. Cìò per Conte ha significato rinunciare al suo stile, alla pacatezza, alla sobrietà istituzionale che lo contraddistinguevano, ma soprattutto nell’interrompere definitivamente quella pax Covid, la coesione nazionale di cui Conte e il proprio consenso avevano largamente beneficiato. Una sorta di tana libera tutti, che sguinzaglia un’opposizione emarginata in quel contesto e polarizza l’opinione pubblica, che da quel momento in poi da un lato si sentirà in diritto di mettere in discussione fase 1, fase 2, task force, Mes, ecc…

L’esito pertanto è stato opposto rispetto alle intenzioni del Presidente del Consiglio che ha fornito carburante a Lega e Fratelli d’Italia, scendendo sul loro terreno congeniale e ha visto crescere il livello dello scontro all’interno dei partiti di governo, in fibrillazione per le nomine nelle principali società partecipate che subiscono un rinvio dietro l’altro. Questa esitazione palesa plasticamente le incertezze di Conte, il cui umore si è fatto apparentemente più instabile, con il timore che fatte le nomine le tensioni potrebbero crescere fino a farlo cadere. Per la verità questa ci pare un’ipotesi ancora azzardata, non fosse altro che per il gradimento di Conte che rimane forte e stabile. Ma nella politica italiana le cose possono cambiare molto rapidamente e il nome di Draghi rimbalza ripetutamente, pur senza la sua disponibilità.

E’ curioso, infine, osservare che in Germania si sta sviluppando un dibattito nuovo sugli aiuti europei. Alcuni partiti come i Verdi, il cui consenso non è trascurabile, stanno prendendo posizioni decise in favore della costruzione di un fondo comune per l’emergenza. Tuttavia ieri al Parlamento europeo l’emendamento promosso da questi ultimi per l’emissione degli Eurobond è stato bocciato con il voto contrario di Lega e Forza Italia, che al contempo rimangono fermamente contrarie al Mes, su cui invece continuano a dividersi Pd e 5Stelle. Le medesime aperture sembrano registrarsi in seno alla Commissione europea, con la Presidente Ursula Von der Layen costretta alle scuse nei confronti dell’Italia per l’atteggiamento tenuto nei giorni di massimo contagio. Forse molto lentamente si fa largo la consapevolezza che gli egoismi nazionali possono danneggiare fatalmente pezzi decisivi dell’Unione Europea, senza i quali vanno in fumo rapporti commerciali, esportazioni, interessi, vantaggi economici. Ma soprattutto ciò che può dare la spinta decisiva è la consapevolezza che ad andare in pezzi potrebbe essere l’Unione Europea stessa, che è chiamata a dare risposte (di altro segno e altra portata rispetto al passato) di fronte a una crisi inedita, dagli esiti imprevedibili.

Malignamente potremmo anche pensare che alcune di queste aperture compaiono proprio quando il nome di Draghi si fa più insistente. Sarebbe paradossale scoprire che l’ex Presidente della Bce, tirato per la giacca dai più convinti europeisti nostrani, sia meno gradito di Conte dall’oligarchia europea e dalla Germania.

Nei prossimi giorni certamente capiremo meglio l’evoluzione di queste dinamiche sul piano interno e su quello continentale. Incuriosisce capire come Conte, fino a venerdì scorso abilissimo nel mediare, aggregare e schivare qualsiasi colpo, possa tirarsi fuori dalla palude in cui il suo esecutivo sembra essersi cacciati, mentre si fanno sempre più pressanti le richieste per una riapertura del paese, oltre che di risposte economiche di altra portata. La parabola di Conte, ad ogni modo, nella fase successiva all’emergenza sarà uno degli aspetti più interessanti nell’agone politico italiano. Posto che il profilo da riservista della Repubblica o l’ipotesi di un ritorno in cattedra ci paiono ipotesi poco credibili, ci sarà da capire se riuscirà a mantenere le redini della coalizione di governo, se continuerà a essere un punto di riferimento (leggi candidato) per le compagini che lo sostengono, se lancerà una sua lista (con un pezzo di M5S) di matrice tecnopopulista e soprattutto se riuscirà a trasformare questo gradimento in voti.

Siamo sicuri che ne vedremo delle belle, speriamo il prima possibile.

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